(di Rosario LOMBARDO)


Io non m’indigno a comando o a prescindere, in forza del mio ultimo voto o del prossimo da esperire, della scia da seguire o della primazia, dei miei sogni infranti o del mio cuore affranto. Ognuno s’indigna a proprio modo, per quel che può e come può. Io m’indigno anzi m’incazzo, spesso e volentieri, appena varcato l’uscio di casa, conscio del fatto che la politica non sia dalla mia parte perché occupata poeticamente a dividersi su diritti e principi oppure più prosaicamente intenta a spartirsi i proventi di una riffa sempre più misera.

La politica non è tutto e, soprattutto, non è per tutti. Certe aspirazioni meglio lasciarle decantare in altre ispirazioni. Questione di tempra, cultura, attitudine. Bando alla vostra ipocrisia e ai vostri ideali del cavolo, (e)lettori esimi. Certo, un’elezione al consiglio comunale, alle nostre latitudini, può significare aver trovato la quadra per sbarcare il lunario, l’attizzatoio per rinfocolare la propria ambizione o semplicemente il sussiego del mettersi a disposizione. Oggi come ieri.

Il viale Roma, oramai, non è più l’arena della politica locale o forse non lo è mai stata. Facebook impera. Lì si forgiano le idee e si costruisce la realtà a propria immagine e somiglianza. Lì si vive di luce riflessa. Lì ci si schiera sempre dalla parte giusta. L’odio social, in fondo, è ben misera cosa, il riverbero di strali lontani, il sentito dire, il non avere un cazzo cui pensare di più eccitante.

La politica te la sbattono in televisione a tutte le ore, fra applausi finti e figuranti supplici o arroganti, accadimenti e accanimenti. In un gioco sempre uguale di rilanci, rimballi e rinculi, ad ammorbarti di media in media, nell’ossessione dell’informazione mordi e (s)fuggi e l’incapacità manifesta di separare il grano dal loglio. Per poi ritornare di nuovo in televisione a catapulta. Cosa non si fa per starsene in televisione? Non è forse la televisione la vostra balia o la vostra badante?

Archiviati frizzi, lazzi e intrallazzi di primarie e primazie del democratic party l’attenzione mediatica è ritornata a concentrarsi sull’avanzata salviniana e sulla decrescita felice dei pentastellati, confortata dai primi segni di ripresa del Pd. La sinistra, o quel che ne rimane, riattizza l’istinto di sopravvivenza di una tifoseria agi(t)ata o semplicemente agée. Di narrazione in narrazione si avviluppa e s’inviluppa dispiegando mezzi e mezzucci ed un’identità da contrabbandare. Il suo essere ruggisce nei miti del passato, nella contrapposizione di facciata, nel suo nicchiare e farsi nicchia, nella gemmazione spontanea e/o indotta, comunque imperitura, per mero bisogno di testimonianza.

La politica è una cosa troppo seria, dice qualcuno. Io non ne sono più sicuro. Da un pezzo. Sempre più convinto che la crisi della politica, tutta, venga da lontano. Non si tratta solo di corruzione, di selezione delle classi dirigenti, di mafie e mafiette e poteri occulti, o di ciò che più vi aggrada. È qualcosa di più viscerale, antropologico, storico, che ha a che fare con la natura dell’uomo e con la natura del potere, con la nostra storia italica. Non credo in una forza salvifica e /o guaritrice della cultura, almeno rispetto al potere e ai rapporti di potere.

La politica ha spesso rinunciato alla sua funzione, sconfessando e rinnegando il suo essere parte o essere di parte, delegando, relegandosi nel ruolo di nomenklatura asservita al giogo dei potentati economici e finanziari e non solo.  La sua autoreferenzialità ha fatto il resto.

Tu accendi la televisione, vedi Tizio, Caio o Sempronio, con la sua bella faccia da politico impostato e il suo eloquio da politico navigato e rimani sgomento oppure dici: “perché non io”. Non ti senti rappresentato, ne avverti la distanza, l’insincerità. Vai su Facebook e ne riveli l’arguzia e la solerzia del venditore porta a porta, ne ammiri la sua disponibilità di farti partecipe della sua vita familiare e/o dei suoi o gusti più o meno raffinati, e dici: “perché non io”. Non ci può essere ammirazione, a volte, solo invidia. Le differenze non t’impressionano, la deferenza può essere l’occasione. Esistono ancora i portaborse? Badi alla sostanza. Le parole da usare come un maglio, senza startene ad indagare il perché, il per chi, il come. “Se ce l’ha fatta lui (o lei) perché non c’è la posso fare pure io!”

La politica conta in quanto rappresentazione d’un potere visibile, accessibile, a cui non si richiedono particolari meriti o titoli e, in quanto tale, da tutti desiderabile. Il resto non conta, è sola paranoia di bastian contrari per vocazione. Di elezione in elezione, la selezione degli eletti sembra farsi vieppiù macchietta ma, forse, è solo una percezione dettata dalla presenza pervasiva degli eletti sui vecchi e nuovi media. Fai pace con il Razzi o il Toninelli che è in te, (e)lettore esimio. Il resto è solo esecrabile pedanteria.