(di Alberto DE LUCA)


Il tempo in cui viviamo è pericoloso per la sua indifferenza. Osservare chi è in difficoltà senza far nulla equivale alla mancanza di interesse o di entusiasmo che è presente nell’animo di chi prova indifferenza.

L’apatia e il silenzio del mondo moderno è paragonabile all’indifferenza che si manifesta in ogni individuo che soffre semplicemente perché non trova più una preferenza di scelta.

Quando la comunità non è capace di distogliere dal dolore i propri figli, diminuendo l’importanza o il peso della loro sofferenza, i mostri dell’indifferenza e dell’apatia si moltiplicano, fino a generare danni irreversibili.

Senza badare a chi è solo, proprio perché c’è la convinzione che tanto nulla si può fare contro la solitudine,  si corre il rischio di rammaricarsi per non aver trascorso il tempo con le persone più bisognose. Dando la precedenza a ciò che è più urgente anziché a quello che è più importante, si finisce inesorabilmente per sottovalutare le richieste di aiuto.

La memoria del dolore ricorda solamente le cose ormai perdute e tende a dimenticarsi del futuro. Nella fossa dell’insensibilità sociale c’è una condizione oggettivamente disumana che si somma al macigno del respingimento di chi vive al margine. La sconfitta è far vedere la vita con la retromarcia. Ogni giorno, raffrontarsi con l’indifferenza equivale a sbattere contro un muro di cemento armato e quando a manifestarla sono coloro da cui ci si aspetta una mano tesa, scatta la trappola che paralizza il flusso della vita.

L’antidoto all’indifferenza è la solidarietà. Educare le persone a diffonderla, condividerla, esercitarla è compito di tutte le istituzioni che caratterizzano il tessuto sociale di una comunità. Per evitare che il virus dell’indifferenza si propaghi tra gli individui è necessario attivare l’azione sociale, anche di chi amministra. Non bastano gli sportelli della solidarietà, ma c’è bisogno di un cambiamento di rotta dalla misera e degradata condizione esistente.

A gridarlo sono i fatti che si dimostrano alle cronache locali in tutta la loro specifica crudezza. Avvenimenti che solamente in apparenza riguardano la sfera privata, ma di cui anche le pietre conoscono l’indifferente responsabilità di tutti. Una situazione sociale anomala, di precarietà trasversale, che avvolge in una morsa di rassegnazione specialmente i giovani che dovrebbero rappresentare il volano dello sviluppo e non l’ultima ruota del carro.

Per realizzare il “cambiamento”, mancano gli “addetti ai lavori e l’energia”. Quelli che dovrebbero interessarsi delle problematiche sociali, un giorno si e l’altro pure, gridano e bisticciano, qualcuno pretende risposte a interpellanze inutili, ma poi tutti ritornano in buon ordine nei loro rispettivi spazi tranquilli, di fiducia e rassegnazione.

Mentre fuori dal palazzo, l’indotto sociale e quello economico corrono nella direzione di un inarrestabile degrado, qualcuno continua a crederci, affermando che nonostante tutto “siamo una risorsa e che vale la pena battersi per un cambiamento” anche quando non c’è niente di nuovo all’orizzonte.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire, ma in un mondo dove tutto è precario e anche la vita diventa a tempo determinato, c’è urgenza di ripristinare la normalità sul piano sociale, nel tentativo di far recuperare a tutti, indiscriminatamente, un rapporto di equilibro con il resto del mondo.