(di Rosario LOMBARDO)


(panorama Bisignano)

Volontà, zelo, savoir-faire. Con assoluta nonchalance trotterellando, cu na manu ntr’a sacchetta, l’altra a non mollare la stretta. La parolina giusta nell’orecchio giusto, e miracolo fatto, servito e pure riverito. Miracoli accussì in paese se ne scodellavano a iosa, dalla sera alla mattina, su ordinazione, a domicilio, con la regolarità delle feste comandate, dei pleniluni, degli orologi svizzeri, una puntualità puntellata …toh! Di fronte a tali rivelazioni taumaturgiche ognuno ad arrendersi, ritenendo sconveniente ‘i si mintìri a vrigogna ppi cappiellu.

L’andazzo risultava comunque generale e le novità a disertare rigorosamente l’appello. «Cittine’, ha cucinatu? ... Ghiu fazzi pasta e favi. Mi nn’erani rimasti n’atri quattri ‘ntru congelatori, e d’accussì…!»

Le campagne acquisti della lega, del piddì, della calabria ca ‘un vu’…, al negozio dell’usato e abusato, procedevano a singhiozzi emmuttuni ma di gran carriera. Le conferenze stampa high-tech dei maggiorenti e/o sedicenti di maggioranza e di minoranza si susseguivano ad intervalli più o meno (ir)regolari. Orazioni, petizioni, processioni. Prolusioni, presentazioni, felicitazioni. …E poi le supposizioni supposte, gli altarini da svelare quel tanto che, la solita pillola da indorare o semplicemente ingoiare, la nostalgia tenaglia canaglia. I politici bidonati delle passate amministrazioni a fare i vaghi, gli ingenui, a murmurijari e friculijari (dis)interessatamente. I fascisti della prima ora ad unirsi al gregge dei leghisti dell’ultim’ora. Senza scordarsi dell’Attico in silente e desolato abbandono (?) e degli assist parlamentari radi e piluccati. Men che meno dei consigli disertati e degli sfoghi reiterati sui social e mestamente sui giornali. La stampa alla finestra ad ammannire-ammaliare con la solita minestra: «...adduv’è? ...Ma chi r’è? ...Ma chini c’é?» La vanagloria culturale degli Esposito, dei Fucile e della ciurma dei poeti della domenica, scampata alla politica e prestata alla storia e alla poesia, o viceversa, sfiorava a dir poco il leggendario, perché “per stupire mezz'ora basta un libro di storia” ma... I più solerti ad allenarsi in gargarismi post-co(g)ito: «CAM-BIA-MEN-TO. Vedi! Vedi, come suona rotondo. Le parole ti si srotolano, quasi ti si sciolgono in bocca: E-NER-GI-A-PER-IL-CAM-BIA-MEN-TO! » A pronunciarle tre o quattro volte, da crederci immantinente, trascurando scientemente la lezione di Aristotele che affermava come la virtù risplendesse nelle disgrazie.  Insomma, nella merda fino al collo o con disposizione polictally correct quanto basta: s’andava, al solito, avanti avanti cumu u curdaru!

Sua nobiltà u sinnacu, che aveva studiato da sindaco e figlio di cotanto padre (sindaco pure egli per più di trent’anni), con disposizione tribolata a mordersi le mani, a mazzicari chjuovi, ad autoinfliggersi spietate punizioni corporali, per trovar sollievo all’avversa sorte. …I mappini s’erani fatti tuvagli e ri tuvagli s’erani fatti mappini: …u munnu a ra lammersa! ... E che cazzo! Ogni intoppo un atto di fede. Ogni sofferenza un atto di dolore. La speranza ormai un’abitudine. «Ogni 24 è di nuovo juornu, ogni sette anni la fortuna a girare...», accussì farneticava. Prima tutti rose e juri e pu' va' pijalu... Ché per due anni di filato solo mugugni, malumori, invidie, menzogne e sotterfugi e poi il fuggi fuggi. ... Ché il ponte sul Crati, la casa di riposo, le case popolari, le buche sulle strade, ché l' opera pia del depuratore a raccogliere e spargere effluvi e afrori e opere di misericordia... E libri da presentare, autografi da fare, selfie da (im)postare. E come se non bastasse le consultazioni provinciali a naufragare, ca puru chiru sparafaciglis’era prisintatu... Qualche portatore d’acqua a tradirlo alla prima occasione propizia, altri ad attrezzarsi per ogni evenienza, assenze, tiritire, tòccare, tiruocciule, tirabusciò, astinenze, negligenze, penitenze. Qualche querela per non farsi mancare mai niente e quella bella pancettina che aveva messo su ppi ra troppa abbunnanzia... Senza stare a trascurare le varie ed eventuali... Nemmeno un attimo di tregua, …e che cazzo! Quasi che le rogne se le tirasse addosso con una calamita ben calibrata!

Di tanto in tanto, tra sé e sé, pensava: «...ma chi me l’ha fatto fare?» E i concittadini, che da quell’orecchio ci sentivano eccome!, sembrava che gli rispondessero pure: «...ma chi me l’ha fatto fare, a mmia, a ti vutari a ttia?» Nondimeno un tarlo, sopra tutti, li firrijava ‘ntra capa: la processione. La processione ppi Sant’Umile. Niente festeggiamenti nell’ordinario ppi chiru juornu! ...Ché era proprio una bella sberla alla sua ...nobiltà! ...Ché qualche altro anno, corcontento e (s)tirato a lucido, con la fascia tricolore lardellato, in prima fila al seguito del santo gli spettava di sicuro!

Non ci dormiva neanche la notte per quei continui affronti e le reiterate umiliazioni subite in quei mesi, settimane e giorni. Faceva finta di niente. Incassava, si scutulava, e tirava innanzi. Non doveva dargliela vinta a quei quattro screanzati. …Ma che cazzo mi stavano a significare quelle continue e ridicole richieste di dimissioni? …Cosi ‘i n’atru munnu! Ché se non era per quei due e chira spaparanzata della conferenza stampa…! E poi quelle altre… una appriess’a l’atra! Ma ghillu nenti: inflessibile! Cchi marionetta e marionetta! Che importava a quegli impudenti della responsabilità da preservare, della dignità da difendere e del suo senso del dovere? Con chi si pensavano di avere a che fare? …Ca ‘i visignanesi lo sapevano bene come andavano le cose! E da tutto quel putiferio cosa pensavano di cavarne? A ra scordatina… tuttu cumu a prima!

U sinnacu non voleva certo fustigare o smorzare qualsivoglia entusiasmo o ambizione di chicchessia… Facessero quello che meglio credevano, ma che gli facessero fare prima la processione, ...ché lui ci teneva e tanto, benedett’Iddio! ...Ché i paesani pure ci tenevano! ...Ché non c’era stato un anno, ormai da secoli, che la processione non si fosse fatta a regola d’arte. ...Ché gh’era puru malauguriu non cercare di superarsi! ...Ché Sant’Umile non era secondo nemmeno a Padre Pio e Bisignano non avrebbe dovuto sfigurare neanche davanti a San Giovanni Rotondo! …Ma, ghillu povariellu, con tutte le sue sventure e le sue gatte ‘i sicutari! Gli ci voleva un miracolo. Un miracolo con tutti i santi crismi. Un miracolo ad hoc che gli risollevasse il morale, galvanizzasse lo spirito e lo levasse da ogni impiccio e impaccio che fosse. ...Ché ancora ghillu gherari u sinnacu! ...E chi cazzu!

E miracolo fu. In sogno, anzichenò.

Al manifestarsi di un rush cutaneo e di quel gratta gratta conseguente e  impellente, gli sovvenne la certezza che di nuovo ce l’avrebbe fatta a cavalcare l'andazzo con una bella sfilza di miracoli adatti alla bisogna, tali da non fare rimpiangere le non dozzinali manifestazioni taumaturgiche del passato e tali d’accrescergli a dismisura fama e venerabilità. Il fatto che si fosse già raggiunto il fondo, e la volontà non fosse stata d’impedimento dal cominciare a scavare, normalmente non avrebbe dovuto far pensare ad alcun miracolo, ma tanti erano i segni premonitori e le prove tangibili da non ammettere dubbi. Senza il minimo presagio le fontane a zampillar un’acqua pura, cristallina, oligominerale, diuretica, levissima. …Ruglia pi pochi un s’addissiccavari. ...A jìri a muccunu cuglienni buttunu, jenni e binienni sempi buttuni cuglienni, prima scampavari e roppi chjuvìari. …Cardilli, marivizzi, cucciarde, fravette, curivàttule, riviezzi a volare nel frangente in cui volassero e a non farlo nell’accidente inverso, …ché le sante bestiole alate voglia d’andar dietro i prodigi d’un sindaco in impasse non ne avevano affatto. I lampioni improvvisamente a germogliare luce, sfavillando in diretta e differita televisiva, in pieno giorno e senza spendere e spandere una lira (n. b.: perché ormai fuori corso). Cicale e grilli a non smetterla di frinire. Fabbriche come formicai a spuntar da sotto i cavoli con la rugiada del mattino, e a chiuder serranda in perpetuum, a sera tarda, prima del défilé finale. Debiti a palate, di soldi poche manciate e gran mangiate. Coriandoli, luccicori, (s)confessioni. Festoni, luminarie, lucciconi. Tasso di disoccupazione inalterato. Adduvi zùmpavar’a crapa, zùmpavar’a cirivella! Nulla a caso. Tutto eviscerato e sviscerato nella cura manichea del particulare. Ogni buca dell’asfalto a farsi fosso, ogni fosso dirupo, ogni sporgenza dosso. All’ombra dei fossi e lungo le sponde dei torrenti non più alberi, arbusti o secche ma il supermarket d’ogni ben di Dio. L’Attico in silente e desolato abbandono a rimanere tale. Appalti a raffica, sebbene a salve. Ingegneri, architetti, avvocati e professionisti già in lizza a godere a dismisura oppure mancu ppi ru cazzu! Tre muti a riacquistar la vista. Un sordo a parlare per un’ora e 3/4, poi a zittirsi. Un cieco fallocefalo irreparabilmente afono, oracolo di DelfiTiresia, improbabile veggente, a giurar e spergiurare d’avvistare dischi volanti, asini alati, madonne lacrimare. Altri a guardare se potevano, sentire se volevano. Tutti senza principiare locuzioni, corrompere silenzi. Apparecchi ortodontoci e acustici, lenti ed occhiali, antipiretici, analgesici, sciroppi e pillole a diventare inutilmente indispensabili. Consumi stabili di cialis, levitra, viagra, sturalavandini e aiutini vari. E cosi via...

«Gesùcristomio, eh cchi r’è? ...Ca mo’ raveri! ...N’atra vota? …Mo’ cci vo’! » La popolazione intera non ce la faceva più a reggere tutti i prodigi che si susseguivano senza interruzione alcuna, senza lasciare adito e alito pensante nel porre rimedio alla nuova calamità. Eh sì! ... Perché il troppo stroppia: lo dice pure il proverbio! Per ingraziarsi la nuova sorte, processione doveva essere, macchinava il sindaco e tutta la sua claque. Processione doveva essere, rimuginavano gli amministrati se non altro per porre un argine efficace a tutta quella congerie di prodigi fuori dall’ordinario. E così, all’improvviso o quasi, una sera sul finire d’agosto, una sera come mille altre, se non per il cielo stellato e una luna tonda da fare invidia pure al creatore, il corteo si snodò per vie e contrade. Fiaccole, accendini, cerini, in un tripudio di luci e friccicori. Trombette, trilli, strilla. Pifferi, ferracchjole, grandi ole. Qualcuno, con vezzo multiculturale, a canticchiare i Beatles di Obladì Obladà. Il sindaco tutto raggiante nella sua sfolgorante fascia tricolore, impettito e compunto col suo bel contorno, come un tacchino arrosto ormai stracotto, pronto per esser servito e riverito. In un clima di quasi ritrovata armonia, come se tutto fosse già dimenticato e derubricato. Che ci avessero messo una pietra sopra? Fra mani tese e qualche gran pacca, qualcuno a passargli un accendino, una fiaccola, un cerino e ogni volta ghillu prontamente a sbarazzarsene, mentre tutto tronfio e paonazzo scrutava di qua e di là, sopra e sotto, quasi a dimandare ad altrui certezze. «E Mario, nenti ha dittu?» ... «E ru viscuvu chi dicia?» ... «E a Nicola… a Enza… è statu rittu?» ... «…Ma, su YouTube ‘un c’è ancora nenti?» E che festa tra gli assessori sopravvissuti alla falcidie, fra frizzi, lazzi e schiamazzi. Nella ressa tutti ad avanzare lemme lemme che non si vedeva ad un passo. I mocciosi a spazientirsi, i vecchi a soffrire. Qualcuno a sorbirsi un gelato, altri a sdilinquirsi dietro un culo o un paio di tette. E dopo sorrisi e abbracci ognuno a curarsi del proprio deambulare. Persino il tizio intabarrato in un drappo d’un rosso stinto, sembrava (non) aver sbagliato appuntamento con la storia mentre s’accaniva imperterrito nel suo solito riff in loop: «VIR-TU-O-SO. Vedi! Vedi, come suona rotondo. Le parole ti si srotolano in bocca. UN-CO-MU-NE- VIR-TU-O-SO.» Al che il sindaco, ormai annoiato per quella processione che sembrava non avesse principio e fine, l’azzittì di botto con parole ardite: «dotto’ ma chi cazzu ‘i fini ha’ fattu? Guarda, però, che il sindaco, ora, sono io se permetti! Tu ormai fai parte della mesta storia del passato!» Così proferendo gli porse celere l’ultimo zolfanello che gli capitò per mano. Un ottico, oftalmologo, oculista, fascista per vocazione e leghista per opportunità, da monaco vestito, e cu nu biellu crucifissi ‘i nu pari ‘i chili a ru cuollu, avendo fatto voto a Sant’Umile ppi si truvari sinnaccu u prossim’annu, cercò di afferrare lo zolfanello scambiandolo per lo scettro del comando, ma per un niente se lo vide sfilare. «Eh no! Non è possibile. Dotto’ i patti ‘unn’eranu chissi!» Il tizio, sacrestano per propensione naturale e Gesù-Cristo-di-Zeffirelli per hobby devozionale, approfittando dello scompiglio parapiglia, non mollò lo scettr… mhmm zolfanello e implorò il padreterno: «…ma si po’ sapiri quannu toccari a mmia a sagliari supa a giostra?» E nel mentre si bruciò.