(di Lorenzo FABBRICATORE)


Da tanti giorni ormai sembra che la preoccupazione maggiore della classe politica attuale sia la criminalizzazione degli atteggiamenti poco virtuosi di quanti coloro, alla fine di un lungo ed estenuante lockdown, si siano riversati per le vie o piazze principali delle nostre città, rischiando così di dar luogo ad una nuova ondata di contagi che, a sua volta, vanificherebbe gli sforzi ed i sacrifici fatti finora.

Milano in primis, ma anche Napoli, Verona, Bergamo e tante altre città sono infatti alle prese con questa problematica, di non facile soluzione. 

È tuttavia però utile analizzare l'attuale situazione per cercare di capire se è solo il problema movida oggi ad attanagliare il paese o se, per caso, c'è qualche altro poccolo iconveniente che ci assilla.

La movida milanese, come gli assembramenti a Napoli o in altre città, si sarebbero potuti evitare addirittura con scelte preventive, come la regolamentazione degli accessi in determinate strade o la limitazione degli orari di apertura di alcuni locali per ancora qualche settimana. Il problema però ha assunto una rilevanza estrema, eclissando quelli che sono, al momento, seri ed altrettanto importanti problemi di carattere economico, sociale o di sicurezza. 

È ormai indubbio che nel nostro paese l'economia di mercato è stata via via sostituita, in nome dell'emergenza, dall'economia di stato. Gli aiuti a pioggia, ovvero la potenza di fuoco annunciata più volte, ammesso che arrivino con puntualità, hanno significato sostanzialmente due cose che cerchiamo di analizzare. 

  1. Gli aiuti ed i criteri di elargizione sono stati sempre e comunque stabiliti a tavolino, chi ne può beneficiare e chi no, siano esse aziende, privati cittadini o liberi professionisti, sono sempre determinati da scelte che vengono dall'alto, e se queste scelte non vengono fatte secondo criteri opulati e di reale necessità, rischiano di spostare l'ago della bilancia della competitività o della concorrenza, premiando o penalizzando interi settori o aree produttive. 
  1. La ripartenza c'è, ma a che prezzo. È di oggi la mappa aggiornata degli stati europei che ancora per qualche tempo negheranno ai cittadini italiani di potervi accedere, fra essi anche Svizzera, Germania, Austria e persino Grecia. Ovviamente da questi paesi non ci si aspetterà un solo euro incassato come profitto dal turismo. Siamo ormai a giugno e numerosi alberghi delle grandi città non hanno riaperto e forse non riapriranno neanche. Si pensi che un albergo di medie dimensioni di Roma o Milano equivale, per giro di affari, dipendenti e fatturato, a una media o grande azienda. Che ci piaccia o meno, gran parte dei paesi europei e forse del mondo ci considerano ancora alla stregua di untori medievali, e questo spero ci faccia riflettere molto sulle nostre convinzioni di accoglienza e di solidarietà. 

Lungi dal dire che gli atteggiamenti poco responsabili a cui si assiste negli ultimi giorni facciano bene al paese, una alternativa al fermi tutti però ci dovrà pur essere. 

Se l'Italia non ha il coraggio di rischiare di ripartire con l'economia puntando solo sull'assistenza dall'alto intraprenderà definitivamente la strada dell'economia di stato. Un dilemma difficile da risolvere quanto importante per un fragile sistema economico come il nostro. 

L'esempio di Roma di riaprire la mostra sui quadri di Raffaello al Quirinale deve fare, in questo senso, da apripista. Novecento persone al giorno potranno ammirare le opere del grande artista giunte da tutto il mondo prima del lockdown. La mostra sarebbe dovuta iniziare il 5 marzo e terminare il 2 giugno, ma, al contrario, ripartirà proprio in questa data e fino al 30 agosto. La natura, pur con i suoi casini, non può fermare l'ammirazione umana delle stupende opere del grande artista, come d'altra parte, è riportato sulla sua stessa tomba presso il Pantheon 'Qui giace Raffaello, del quale la natura temette mentre era vivo di essere vinta ma ora che è morto teme di morire'.